Project Mind

Pierluigi Simonato MD, Psychiatrist, Ph.D • 4 febbraio 2026

Brains need friends. L'importanza delle connessioni sociali

Perché il cervello umano è, prima di tutto, un organo sociale

Ci sono persone che arrivano in ambulatorio con una vita apparentemente in ordine.
Lavoro stabile, relazioni funzionali, nessun evento traumatico evidente.
Eppure qualcosa non torna: stanchezza persistente, umore piatto, ansia di fondo, insonnia.
Quando si scava un po’, spesso non emerge un conflitto, ma un’assenza.

Non manca qualcosa di evidente.
Manca qualcuno.
O meglio: manca una relazione che regoli davvero il sistema nervoso.

Brains Need Friendsparte da qui. Non da una diagnosi, ma da una constatazione biologica:
il cervello umano non è progettato per funzionare da solo.
La relazione non è un accessorio emotivo, ma una condizione di base del funzionamento cerebrale.

Il libro riesce a fare una cosa non scontata: riportare la connessione umana dal piano psicologico a quello neurobiologico, mostrando come molte forme di disagio contemporaneo non siano il segno di una fragilità individuale, ma l’espressione di un cervello che sta cercando di funzionare in condizioni non fisiologiche.


Chi è l’autore: Ben Rein

Ben Rein è un neuroscienziato e divulgatore scientifico statunitense, noto per la capacità di rendere accessibili concetti complessi delle neuroscienze senza rinunciare al rigore scientifico.
Il suo lavoro si concentra sul funzionamento del cervello umano, sulla regolazione emotiva e sul ruolo delle relazioni nella salute mentale.

In Brains Need Friends, Rein applica questo approccio a un tema spesso banalizzato, riportandolo su un piano biologico e clinicamente sensato: le relazioni non sono un optional psicologico, ma una condizione di base del funzionamento cerebrale.
Il valore del libro sta proprio in questa chiarezza, più che nella ricerca di tesi sensazionalistiche.


IL CERVELLO COME ORGANO SOCIALE

Le neuroscienze degli ultimi decenni hanno chiarito che molte delle funzioni che consideriamo “individuali” sono in realtà profondamente relazionali.
Identità, regolazione emotiva, motivazione, senso di continuità del Sé: tutto questo si costruisce e si mantiene dentro una rete sociale.

Il default mode network (DMN), spesso associato al pensiero autoriferito, è in realtà fortemente coinvolto nella simulazione delle relazioni, nella comprensione delle intenzioni altrui e nel senso di appartenenza.
Il cervello, anche quando sembra “a riposo”, continua a pensare in termini sociali.

Studi di neuroimaging mostrano che il default mode network si attiva in modo significativo quando pensiamo alle relazioni, a come siamo visti dagli altri o a scenari di esclusione sociale.
In particolare, i lavori di
Matthew Liebermanhanno evidenziato come le reti coinvolte nel pensiero sociale e quelle legate al senso del Sé si sovrappongano in larga parte.
Dal punto di vista cerebrale,
pensare a se stessi e pensare agli altri non sono processi separati, ma profondamente intrecciati: l’identità emerge sempre in relazione.

Dal punto di vista evolutivo, questo ha perfettamente senso.
Per i nostri antenati, l’esclusione dal gruppo non era solo dolorosa: era una minaccia diretta alla sopravvivenza.
La solitudine equivaleva a vulnerabilità. Questa memoria è ancora inscritta nei nostri circuiti di allarme.

La Social Baseline Theory, sviluppata da James Coan, propone che il cervello umano funzioni assumendo implicitamente la presenza di altri come fonte di regolazione.  Quando questa presenza manca, il sistema nervoso è costretto a investire più risorse per gestire stress e incertezza, con un aumento del carico cognitivo ed emotivo.


La relazione, in questo senso, non è un supporto esterno: è una
condizione di base del funzionamento cerebrale.


SOLITUDINE: NON UN SENTIMENTO, MA UNO STATO BIOLOGICO

Uno dei contributi più importanti del libro è la ridefinizione della solitudine.
Non come semplice esperienza soggettiva, ma come stato neurofisiologico.


La solitudine non è stare soli: è percepire una discrepanza tra il bisogno di connessione e la connessione reale.

Quando questa condizione diventa cronica, il cervello entra in una modalità di allerta persistente.
L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene viene attivato in modo continuativo, con aumento del cortisolo, alterazioni del sonno e maggiore infiammazione sistemica.
Nel tempo, questo stato favorisce sintomi depressivi, ansiosi e cognitivi.


Questo stato di allerta cronica  è stato ben documentato dagli studi di John Cacioppo, che hanno mostrato come la solitudine persistente sia associata a un’alterazione dell’espressione genica nei leucociti, con una sovra-attivazione dei geni pro-infiammatori e una riduzione di quelli antivirali.
In altre parole, il cervello isolato non si limita a “sentirsi male”:
organizza l’intero organismo come se fosse sotto minaccia.

Clinicamente, questo spiega perché molte persone non “migliorano” davvero, pur facendo tutto ciò che viene loro consigliato.
Dormono meglio, lavorano, fanno attività fisica, ma restano stanche, svuotate, irritabili.


Il sistema nervoso non si sente al sicuro.


A livello neurale, l’esperienza della solitudine attiva circuiti sovrapponibili a quelli del dolore fisico.
Studi di
Naomi Eisenberger hanno mostrato come l’esclusione sociale coinvolga regioni come la corteccia cingolata anteriore, suggerendo che il cervello interpreti la disconnessione sociale come una vera e propria minaccia alla sopravvivenza.


LA SOLITUDINE AD ALTO FUNZIONAMENTO

Esiste una forma di solitudine particolarmente subdola: quella delle persone ad alto funzionamento.
Vite piene, agende dense, contatti continui.
Eppure nessuna vera co-regolazione.

Questi pazienti spesso non si sentono legittimati a stare male.
“Non ho motivo di lamentarmi” è una frase ricorrente.
Ma il cervello non valuta la vita in base ai successi: valuta la sicurezza.


ATTACCAMENTO E CO-REGOLAZIONE

Non smettiamo mai di essere cervelli che si regolano insieme ad altri cervelli.
L’idea di un adulto completamente autosufficiente dal punto di vista emotivo non trova riscontro né nella clinica né nella neurobiologia.

L’attaccamento non riguarda solo l’infanzia.
Continua a influenzare il modo in cui il sistema nervoso reagisce allo stress, alla perdita, all’incertezza.
Una relazione sicura riduce il carico cognitivo ed emotivo.
Una relazione insicura lo aumenta.

In terapia questo è evidente.
Farmaci e parole funzionano meglio quando il cervello del paziente non è costantemente impegnato a difendersi dalla solitudine.


RELAZIONI CHE NON CURANO

Il libro giustamente sottolinea l’importanza delle relazioni, ma la clinica insegna qualcosa di più complesso: non tutte le relazioni regolano.
Alcune disorganizzano.

Relazioni imprevedibili, svalutanti o instabili mantengono il sistema nervoso in uno stato di iperattivazione.
In questi casi, il problema non è l’isolamento, ma l’assenza di sicurezza.


CULTURA DELL’AUTOSUFFICIENZA E BURNOUT RELAZIONALE

Brains Need Friends è anche una critica implicita alla cultura occidentale della performance.
L’indipendenza viene idealizzata, la dipendenza patologizzata.
Ma il cervello umano non è progettato per essere autosufficiente.

Questo scollamento tra biologia e ideologia produce burnout.
Non solo lavorativo, ma relazionale. Persone che funzionano, ma non sentono.
Che resistono, ma non si regolano.


IMPLICAZIONI CLINICHE

Letto in questa prospettiva, il disagio di molti pazienti non è il segnale di una fragilità individuale, ma l’espressione di un cervello che sta cercando di funzionare in condizioni non fisiologiche: da solo.


Rimettere la relazione al centro cambia il modo di fare clinica.


Non significa sostituire farmaci o psicoterapia, ma riconoscere che il cervello guarisce meglio in un contesto relazionale sicuro.

A volte, il primo intervento non è farmacologico, ma relazionale: aiutare il paziente a riconoscere che non è debole perché ha bisogno degli altri, ma umano.


Dipendenze e cervello sociale: perché i gruppi funzionano


Un esempio clinico particolarmente chiaro di quanto il cervello umano sia un organo sociale viene dal trattamento delle dipendenze.
Programmi come
Alcolisti Anonimi (AA) non funzionano semplicemente perché offrono regole, astinenza o forza di volontà condivisa, ma perché ricostruiscono una regolazione relazionale del sistema nervoso.


Dal punto di vista neurobiologico, la dipendenza è spesso l’esito di un tentativo di auto-regolazione solitaria di stati emotivi intollerabili. La sostanza diventa un regolatore artificiale e prevedibile, ma al costo di una progressiva disorganizzazione dei circuiti della ricompensa, dello stress e del controllo.


I gruppi, al contrario, reintroducono co-regolazione, prevedibilità, rispecchiamento e appartenenza: tutti elementi che il cervello umano riconosce come segnali di sicurezza.

Non è un caso che molte persone riescano a mantenere l’astinenza non quando “capiscono” razionalmente il problema, ma quando smettono di affrontarlo da sole.

La condivisione dell’esperienza, la ripetizione ritualizzata degli incontri e la presenza di altri che attraversano lo stesso percorso riducono il carico cognitivo ed emotivo, rendendo meno necessario il ricorso alla sostanza come unico regolatore disponibile.

In questo senso, l’efficacia dei gruppi non è un mistero né un fenomeno puramente psicologico: è l’espressione pratica di un principio neurobiologico semplice e spesso dimenticato.


Il cervello, anche nella dipendenza, guarisce meglio in relazione.


CONCLUSIONE

Il cervello non chiede felicità costante.
Chiede sicurezza, prevedibilità, sintonizzazione.
E molto spesso, queste condizioni hanno il volto di qualcun altro.

In un’epoca che celebra l’autosufficienza, ricordare che i cervelli hanno bisogno di amici non è buonismo.
È neuroscienza.



Come sempre, grazie per il Vostro interesse


Pierluigi Simonato


Bibliografia scientifica

Cacioppo JT, Cacioppo S. The Growing Problem of Loneliness. The Lancet. 2018.
Lieberman MD.
Social: Why Our Brains Are Wired to Connect. Oxford University Press. 2013.
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